“La leggenda del deserto” porta il popolo saharawi a Venezia: memoria, cinema e trent’anni di solidarietà
Venezia, 9 settembre 2026 – La storia del popolo saharawi è arrivata sullo schermo di uno dei più importanti appuntamenti cinematografici internazionali. Martedì 8 settembre, alla Sala Laguna di Venezia, è stato presentato in anteprima “La leggenda del deserto”, documentario diretto da Elisabetta Giannini, prodotto da Marechiarofilm con Antonietta De Lillo e selezionato per le Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
La proiezione serale, seguita dall’incontro con il pubblico, ha rappresentato il punto d’arrivo di un percorso iniziato oltre trent’anni fa e, allo stesso tempo, un’occasione per riportare all’attenzione internazionale una vicenda politica e umana ancora irrisolta. Il film torna oggi, 9 settembre, alle ore 13 alla Sala Laguna, in versione originale con sottotitoli in italiano e inglese, con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.
“La leggenda del deserto” è il primo lungometraggio documentario di Elisabetta Giannini. Dura 71 minuti ed è scritto dalla regista insieme a Elena Grillone; la fotografia è di Martina Zerpelloni, il montaggio di Andrea Campajola ed Elisabetta Giannini, le musiche di Andrea Boccia e il suono di Mario Avallone. I protagonisti sono Carolina De Lillo Magliulo e Bashir Fadel.
L’origine del progetto è nelle immagini girate all’inizio degli anni Novanta, quando Carolina, allora bambina, raggiunse con la madre Antonietta De Lillo i campi profughi saharawi in Algeria. Trent’anni dopo, quelle immagini familiari diventano il punto di partenza per un nuovo viaggio, in cui passato e presente si incontrano.
Da una parte c’è l’infanzia di Carolina e la speranza diffusa allora tra i saharawi di un ritorno vicino nella propria terra attraverso il referendum di autodeterminazione. Dall’altra c’è il presente: una nuova generazione nata e cresciuta nell’attesa, mentre il referendum non si è ancora svolto.
Il documentario mette in dialogo due viaggi opposti. Negli anni Novanta è una bambina italiana a partire per il deserto e a incontrare il popolo saharawi. Trent’anni dopo, il film incontra bambini saharawi appena rientrati da Napoli dopo un periodo di accoglienza in Italia. È un parallelismo che richiama l’esperienza dei Piccoli Ambasciatori di Pace e il lungo legame costruito tra le famiglie italiane e i campi profughi.
Le immagini d’archivio non vengono usate soltanto come testimonianza del passato. Il film le mette a confronto con quelle realizzate oggi, mostrando il tempo trascorso, le speranze rimaste sospese e la continuità di una memoria che rischia di essere dimenticata. La domanda che attraversa l’opera è semplice e profondamente politica: che cosa accade a un popolo quando rischia di scomparire dall’attenzione del mondo?
Il progetto porta con sé anche una storia di amicizia trentennale. Antonietta De Lillo conobbe Fatima Mahfud, rappresentante del Fronte Polisario in Italia, circa trent’anni fa. Mahfud era stata protagonista di un precedente lavoro realizzato per il manifesto insieme a Patrizio Esposito e Jacopo Quadri.
Il loro rapporto è proseguito nel tempo, anche grazie a Francesca Doria, da molti anni impegnata nell’accoglienza a Napoli dei bambini saharawi. Quell’amicizia e la conoscenza diretta della realtà saharawi hanno accompagnato il lavoro della troupe e contribuito alla realizzazione del documentario.
Fatima Mahfud ha seguito il progetto per due anni, collaborando alla logistica, accompagnando il lavoro della troupe nei campi, sostenendo la produzione e partecipando anche al percorso di montaggio. Un lavoro spesso lontano dai riflettori, ma decisivo per rendere possibile il ritorno della troupe nel deserto e l’arrivo del film a Venezia.
«Due anni di lavoro per arrivare a quelle immagini sullo schermo. Ne è valsa la pena», ha ricordato Mahfud, invitando poi il pubblico e la rete di solidarietà a valorizzare questo risultato per dare maggiore visibilità alla storia del popolo saharawi.
La giornata veneziana ha avuto anche un valore simbolico per la presenza alla Mostra di Javier Bardem, da anni vicino alla causa saharawi. Nello stesso giorno l’attore spagnolo presentava “Bunker”, film di Florian Zeller in concorso. Le proiezioni e gli impegni si sono svolti in orari e luoghi diversi, rendendo impossibile un incontro, ma la coincidenza resta significativa: mentre Bardem era presente nel programma ufficiale della Mostra, un altro schermo veneziano raccontava la storia del popolo saharawi.
L’arrivo de “La leggenda del deserto” alle Giornate degli Autori va oltre la presentazione di un film. Significa portare la questione saharawi davanti a giornalisti, critici, professionisti del cinema e pubblico internazionale, in uno spazio culturale capace di rompere il silenzio su una vicenda troppo spesso marginalizzata.
Dopo oltre trent’anni, quelle immagini girate nel deserto non sono rimaste soltanto un archivio familiare: sono diventate cinema, memoria condivisa e strumento contro l’oblio. È questo il risultato più importante del documentario: portare la voce del popolo saharawi là dove può essere ascoltata.
Replica: mercoledì 9 settembre 2026, ore 13, Sala Laguna di Venezia.
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